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Credo di aver avuto l'occasione di scriverlo varie volte, ho conosciuto
venti anni prima di Berengo Gardin un grande e silenzioso fotografo (Paul
Strand n.d.r.) che aveva: fiducia nell'aria, nel silenzio, nelle cose
come capaci di una tale autonomia che, aperto l'obiettivo al momento giusto,
il fotografo poteva poi assentarsi poiché la fecondazione con la realtà
si sarebbe compiuta senza intermediari nel ventre stesso della macchina.
Berengo Gardin invece non ha la calma del suo collega. Pur non essendo
un parlatore, ha delle parole improvvise, dei sorrisi ispirati e propone
dei dialoghi ironici e formalmente diversi. Sembra si occupi d'altro fuorché
di scelte, ma il suo occhio ha già messo incinta quel che c'é (noterete
che siamo sempre nel linguaggio del creare) e infatti andrà poi a festeggiare
il parto nella camera oscura con i suoi albori aurorali.
Secondo me questo quasi distratto personaggio ha sempre nascosto tra le
ali le trombe di un suo proprio giudizio universale, forse lontanamente
un po' dolente però subitamente morale. Credo succeda con un uomo alla
medesima maniera che con un paesaggio o un bicchiere.
Il nostro Gianni Berengo Gardin quindi non sbagliate molto a considerarlo
un nemico quando vi ronza in torno, se condividete la mia idea che chiunque
voglia conoscere più seriamente la cosiddetta realtà (e la realtà significa
in sostanza proprio noi), non è un amico.
All'erta dunque! Ma quanto vedrei volentieri, tra tante investigazioni
che il nostro progetta e fa magistralmente, una sua infilata di facce
italiane, ministri, imprenditori, esportatori, scienziati, artisti, generali,
intitolata, invocata: Uomo vieni fuori!
CESARE ZAVATTINI
 
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