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| Dalle
stampe della Raccolta Angelo Davoli mostra 22 marzo - 20 aprile 1997 |
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Sala Esposizioni dell'Antico Foro Boario
Enti Promotori:
Comune di Reggio Emilia, Assessorato Beni, Attività e Istituzioni Culturali,
Biblioteca Panizzi - Gabinetto delle Stampe Angelo Davoli;
Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna,
Soprintendenza per i Beni Librari e Documentari
Provincia di Reggio Emilia; Fondazione Cassa di Risparmio di Reggio Emilia
Pietro Manodori
IL CINQUECENTO
La sezione si apre con un autore del secolo precedente: Michael Wohlgemuth,
che ricorda e sintetizza la produzione dei primitivi, se così si possono
chiamare.
Il Wohlgemuth fu anche maestro del Dürer, che negli ultimi anni del Quattrocento
e soprattutto nei primi decenni del Cinquecento portò l'arte dell'incisione
ai suoi livelli più alti. Egli trattò tutte tre le tecniche fondamentali:
dalla più antica, la xilografia, alla recente, il bulino, alla nuovissima,
l'acquaforte.
Per la xilografia, che in quegli anni e proprio in Germania raggiunse il massimo
sia di creatività artistica, sia di virtuosismo tecnico, presentiamo
accanto al Dürer i fogli di Lucas Cranach il vecchio, di Hans Baldung Grien
e di Hans Burgkmair.
La xilografia però, sebbene preziosa per l'arte del libro, col declinare
del secolo fu progressivamente abbandonata dagli artisti, mentre si sviluppò
e divenne largamente predominante la tecnica del bulino. Si pensi, oltre al
Dürer, a Luca di Leida.
Nell'evoluzione di questa, accanto alle particolarità dei singoli artisti,
segnaliamo un elemento fondamentale, che abbiamo cercato di esemplificare con
la scelta dei singoli fogli: mentre agli inizi l'arte è legata al lavoro
degli orefici (il Dürer stesso era figlio di un orefice) e si esprimeva
con fitte serie di tagli sottili e rettilinei, in seguito si passò (con
Cornelio Cort e con la grande scuola fiamminga dominata dalla figura del Goltzius)
all'uso di tagli larghi, che seguono con la loro incurvatura la superficie che
rappresentano e si modulano in profondità o in estenuazione a seconda
dei valori di luce e d'ombra che vogliono esprimere.
La figura chiave per il passaggio dalla prima alla seconda metà del secolo
è Cornelio Cort, importante in particolare per l'Italia, perché
venne qui a lavorare e determinò il trapasso dal gusto alla Marcantonio
Raimondi a quello che sarà poi dominato da Agostino Carracci.
Si noti che la prima parte di questa sezione è dominata dagli artisti
tedeschi, la seconda dai fiamminghi: così in effetti si spostò
il centro dell'arte nel corso del secolo.
IL SEICENTO
Nel Seicento rimase quantitativamente preponderante l'incisione a bulino, anche
per ragioni pratiche (una lastra incisa col bulino permette tirature più
alte di una incisa all'acquaforte), anche con questa tecnica però non
mancarono grandi risultati artistici, ad esempio con gli incisori della bottega
del Rubens (si veda il Cristo alla colonna del Vorsterman) che si preoccuparono
in particolar modo del problema della resa del colore in una stampa di riproduzione.
Si ebbero anche importanti innovazioni tecnico-stilistiche, la più nota
delle quali è quella del Mellan, che preferiva incidere con tagli paralleli,
senza incrociarli, ed esasperò la possibilità del bulino di variare
lo spessore del taglio affondando più o meno la punta dello strumento
nel metallo della matrice. Così egli arrivò a raffigurare su una
lastra il volto di Cristo usando un unico segno, che partiva sottilissimo dalla
punta del naso e poi, girando a spirale, copriva tutta la superficie ed otteneva
i particolari del volto unicamente aumentando lo spessore del taglio (e quindi
intensificando le ombre).
Con tutto questo i migliori incisori raggiunsero livelli di perfezione e produssero
opere che rimasero famose come modello per i giovani artisti fin oltre l'inizio
dell'Ottocento: si veda a questo proposito la Crocifissione dello Edelinck (della
fine del secolo) su cui si esercitavano, a Bologna, gli scolari del Rosaspina
e di cui presentiamo dei particolari copiati dai nostri Asioli e Jesi (per necessità
dello spazio espositivo la collochiamo all'inizio della sezione dedicata al
Settecento).
Per noi moderni tuttavia la produzione più importante del secolo è
quella all'acquaforte. Si diffuse infatti la figura del peintre-graveur, cioè
del pittore-incisore che occasionalmente o sistematicamente trovava nell'acquaforte
il mezzo tecnico che gli consentiva, rispetto al bulino, una maggior immediatezza
e libertà espressiva e quindi gli dava la possibilità di esprimersi
pienamente e di realizzare opere d'arte autonome e del tutto personali.
E' comprensibile quindi che oggi si dia, in linea di massima, maggior importanza
alla stampa realizzata dall'autore su un disegno che egli stesso ha concepito
per l'incisione e per i valori che questa gli consente di conseguire, piuttosto
che alla stampa in cui un incisore riproduce un disegno altrui che, poco o tanto,
limita le sue scelte espressive e gli impone dei virtuosismi formali.
Se nella produzione all'acquaforte rimase predominante, e più conosciuta,
l'area fiamminga, resa illustre da artisti come Rembrandt, Van Dyck, Van Ostade,
i paesaggisti ecc., è di notevole rilievo anche quella francese, meno
studiata, finora, ma ricca di scoperte assai interessanti (De La Hyre, Perrier,
Brébiette, Chaperon...). In Francia, significativamente, troviamo degli
splendidi decoratori, tra i quali per il Seicento presentiamo il Le Pautre,
per il Settecento il Salembier.
Tra le tante particolarità artistiche del sec. XVII si può ricordare
infine la pratica dell'incisione "in piccolo", che ha portato alla
realizzazione di vere e proprie miniature con soluzioni formali particolari,
genere in cui hanno tuttora grande e meritata fama il Callot ed il nostro Della
Bella.
IL RITRATTO CLASSICO
Usiamo l'aggettivo di classico per indicare il ritratto prodotto fino alla fine
del Settecento.
Questo genere merita una sezione a parte sia per l'enorme diffusione che ha
avuto in tutti i secoli, sia per ragioni più strettamente artistiche,
poiché pone particolari problemi sia dal punto di vista contenutistico
che formale.
Se il rapporto tra l'artista ed il suo soggetto va studiato caso per caso, sul
piano formale si può osservare che lo sforzo di penetrazione nel soggetto
spinge l'autore a particolari sottigliezze stilistiche, per cui di solito su
una stessa lastra vengono usate contemporaneamente le tre tecniche del bulino,
dell'acquaforte e della puntasecca a seconda dei particolari da rappresentare
e degli effetti da ottenere e ad ognuna si richiede il massimo della peculiarità.
Ai pezzi presentati in questa sezione occorre far precedere idealmente il Ritratto
di Federico di Sassonia del Dürer, che abbiamo inserito tra le opere del
Cinquecento ed è un capolavoro indiscusso. Tralasciando poi i ritratti
in legno intagliati nel Cinquecento per i libri, vediamo i bulini classicamente
rigorosi della fine del secolo e dell'inizio del secolo successivo, opera degli
abilissimi intagliatori fiamminghi (i Sadeler, i Van Passe, i Queborn ...).
Una posizione isolata e d'eccezione è tenuta dal Van Dyck, che predispose
i disegni per una splendida serie di ritratti di artisti contemporanei, ne incise
alcuni egli stesso all'acquaforte ed affidò la trascrizione su rame degli
altri agli ottimi bulinisti già operosi nella bottega del Rubens, di
cui egli stesso era stato discepolo.
Tra Sei e Settecento un posizione predominante è tenuta dalla produzione
francese, in parallelo con il grande slancio culturale ed i successi economici
e politici del paese. I fogli esposti trasmettono immediatamente un'idea della
"grandeur", noto pregio e limite della nazione, però meritano
anche che si vada al di là con un'analisi più approfondita, poiché
sono opera in ogni caso di grandi artisti.
Dato che per ragioni cronologiche e di spazio la produzione del Seicento è
separata da quella del Settecento, si nota molto bene lo stacco tra la prima,
molto severa, essenziale, composta, nobile, e la seconda piena di fasto e di
pompa, tanto che lo stesso virtuosismo tecnico nella prima serve a scolpire
una personalità, nella seconda è finalizzato prevalentemente all'eleganza.
Per curiosità, in una bacheca abbiamo raccolto solo dei ritratti, ognuno
dei quali è stato inciso dall'autore "pour sa réception à
l'Accadémie", cioè quando, venendo accolto nell'Accademia
reale, doveva produrre un saggio del suo talento. Questo a riprova dell'importanza
che si dava a questo genere.
La rassegna si chiude con due fogli insoliti di area inglese, che mostrano con
ogni evidenza come nel Settecento si stesse generando un'era nuova: l'incisione
dell'Hogart ed il ritratto del Baretti, eseguito dal Ward con una tecnica inconsueta:
la maniera nera.
IL PAESAGGIO TRA CINQUE E SETTECENTO
Prima del dilagante successo nell'età contemporanea, il genere "paesaggio"
ha suscitato un interesse disuguale negli artisti e nei critici a seconda dei
momenti e delle aree geografiche.
Certo la produzione più ricca ed originale, entusiasmante nel suo complesso
e nei singoli artisti, è quella fiamminga.
Del suo sorgere, nel Cinquecento, possiamo presentare un pezzo importante di
Hans Bol ed una rarissima xilografia a due legni del Goltzius, artista famoso
soprattutto nelle incisioni a bulino, in cui ebbe molti seguaci ed imitatori,
anche nella stampa di paesaggio (si veda principalmente il foglio del Matham).
Presto però i pittori si diedero all'acquaforte e produssero una serie
grandiosa di fogli, che possono essere detti piccoli capolavori per le dimensioni,
ma sono certo grandi opere d'arte per l'originalità la sensibilità,
la vita, lo spazio, la luce ... In questa schiera d'artisti già i contemporanei
distinguevano gli "italianizzanti", cioè coloro che ricercavano,
la serenità, l'armonia e la delicatezza dei particolari propria della
nostra tradizione classica (come il Both ed il Genoels) da quelli che invece
si tenevano lontani da questo influsso ed amavano visioni meno accademiche,
più appassionate ed a volte drammatiche, ad esempio il Waterloo ed il
Roghman.
Per affinità di stile accostiamo alle stampe di paesaggio quelle impostate
sulla raffigurazione degli animali, tra le quali eccelle la produzione del Berghem.
Nella Francia, dominata dal solenne barocco di corte, il paesaggio rimase in
secondo piano, anche se ebbe artisti, come Claudio di Lorena, che pure incisero
e che fecero scuola.
Incantevole in questo genere è anche la scuola del Callot, il maestro
dell'incisione in piccolo di cui abbiamo già parlato.
Il Settecento ha allargato l'area di produzione a tutta l'Europa, ma si è
dimostrato meno fecondo e troppo vincolato all'accademia. In questo campo però
si possono sempre fare scoperte molto piacevoli, come le stampe di Salomone
Gessner, che tutti conoscono per i suoi idilli preromantici, ma che, a detta
dei critici, avrebbe fatto meglio a scrivere meno e ad incidere di più.
E' evidente tuttavia che se in questo secolo vogliamo trovare l'eccellenza dobbiamo
tornare a Venezia.
IL SETTECENTO IN FRANCIA
Nel Settecento il gusto francese risulta dominante in Europa anche nel campo
dell'incisione.
La produzione all'acquaforte pura dei principali pittori (si vedano nella nostra
scelta i fogli di Fragonard, Hutin, Vivant Denon, Subleyras o Huet) è
quantitativamente molto ridotta, anche se di grande interesse.
Si diffonde anzi l'uso tra i pittori di incidere una lastra all'acquaforte,
poi di affidarla ad un bulinista perché, con la sua sapienza accademica,
ne completi il chiaroscuro secondo il gusto imperante.
Di questo è un chiaro esempio, tra le opere esposte, il bel foglio di
Dumont le Romain, mentre nel grande Ratto di Europa del Liotard abbiamo una
lastra priva delle rifiniture al bulino.
Per il resto prevalgono opere di riproduzione, incise con la tecnica mista di
acquaforte, bulino e puntasecca, ma con larga prevalenza della prima, che con
i suoi segni mossi e liberi dà maggior rilievo alle vibrazioni di colore
ed alla grazia sfuggente tanto amata dal secolo.
Verso la metà del Settecento, ad opera principalmente del Wille, si ritorna
ad un uso prevalente e molto regolare del bulino, che dà particolare
risalto al disegno e raggiunge esiti di grande virtuosismo. Il punto di arrivo
di questa ricerca di eleganza, fasto e magistero formale può essere visto
nel ritratto di Luigi XVI eseguito con la Rivoluzione già in corso dal
Bervic, che fu anche maestro del nostro Toschi.
Ci è sembrato significativo chiudere la rassegna del Settecento francese
accostando i fogli del Wille, dello Huet, del Petitot e del Wicar per sottolineare
la varietà di forme e di indirizzi che ribollivano alla fine del secolo:
un gusto ancora arcadico nell'acquaforte (Huet), il gusto accademico del "bel
taglio" (Wille), il nuovo gusto neoclassico (Petitot) ed infine due fogli
artisticamente piuttosto mediocri, ma storicamente assai significativi (del
Wicar) che ci mostrano come, nel momento in cui la politica cominciava a scendere
tra le masse, l'incisione potesse essere usata anche come strumento di propaganda
politica.
IL SETTECENTO NEL RESTO D'EUROPA
Il quadro dell'incisione del Settecento al di fuori di Italia e Francia ripete
forme e tecniche della produzione francese.
E' abbondante la produzione di incisioni di traduzione a tecnica mista, a volte
con prevalenza dell'acquaforte (Frey) e successivamente con prevalenza del bulino
(Strange). Non mancano stampe originali di artisti di rilievo (si vedano Weiss,
Wit, Rode, Kauf-fmann), ma questi spesso denunciano una chiara dipendenza da
altri artisti, come il Dietrich da Van Ostade, il Riedel dal Crespi, il Nevay
dal Bartolozzi.
A questo quadro ovviamente va aggiunto quanto esposto nelle altre sezioni del
ritratto, del paesaggio e delle nuove tecniche.
L'area più interessante è quella inglese, che vede grandi artisti
locali (Hogart, Jackson), l'uso di nuove tecniche (soprattutto la maniera nera),
il sorgere di nuovi generi (come la caricatura) e si avvale anche dell'apporto
di artisti stranieri, richiamati dal grande benessere economico e dal proliferare
di iniziative artistiche, come Bartolozzi ed Angelica Kauffmann. Qui si opera
anche una fusione più armonica tra grazia arcadica, sentimentalismo preromantico
ed eleganza neoclassica (Legat).
IL SETTECENTO: LE NUOVE TECNICHE
In concomitanza col grande fervore illuministico si ebbe nel Settecento anche
un susseguirsi di ricerche e di innovazioni strettamente tecniche, che arricchirono
notevolmente il quadro della produzione incisoria.
Vi era anche una ragione più propriamente artistica che stimolava le
innovazioni ed era data dal grandissimo interesse dei collezionisti per i disegni
degli antichi maestri che spingeva gli incisori a tentare nuove vie per ottenere
con una lastra gli stessi effetti del disegno. Si veda ad esempio l'incisione
a punti (Condè, Burcke) che, sebbene non inventata allora, ebbe nella
seconda metà del Settecento il massimo del successo e che si prestava
ad imitare l'effetto di un pastello o di un carboncino su una carta rugosa.
Bastava infatti disporre i punti in fila (anche con l'aiuto di rotelle) più
o meno addensati e si otteneva la maniera crayon (cioè la maniera matita,
vedi il Demarteau).
Così per imitare il disegno a penna si usò in modo particolarmente
libero e variato l'acquaforte. Poi si inventò l'acquatinta per imitare,
assieme all'acquaforte, il disegno a penna acquerellato (Saint Non). L'acquatinta
era ottenuta versando l'acido sulla superficie di cera resa porosa, ma si otteneva
un effetto analogo, con sfumature più delicate, con il lavis, cioè
pennellando l'acido direttamente sul rame (Sveicart) o anche graffiando il rame
con la puntasecca (Ryland).
Si inventò anche la cera molle che imita il disegno a matita (Vauthier,
Vieira) per la quale si copriva la lastra con uno strato di cera più
morbida del dovuto, poi si sovrapponeva un foglio di carta rugosa su cui si
disegnava normalmente. La pressione della matita faceva aderire al foglio la
cera, che così veniva tolta dalla lastra e su questa rimanevano i segni
pronti per la morsura.
Molto intense furono anche le ricerche per produrre stampe a colori.
Fu intuita la tecnica moderna della sovrapposizione dei colori, ma non si riuscì
a tradurla in pratica in modo soddisfacente, per cui ci si limitò o a
fare incisioni a più lastre, ognuna con un colore da accostare agli altri,
o ad inchiostrare a colori un'unica lastra (che fu il sistema più seguito).
Artisticamente più interessante è la ripresa della tecnica cinquecentesca
dell'incisione a più legni (chiaroscuro) che fu operata a Venezia dal
Jackson. Più spesso ci si accontentò del falso camaïeu (Pond),
ottenuto con una lastra all'acquaforte e due matrici in legno.
La tecnica più raffinata e piacevole è quella della maniera nera
(o mezzo-tinto) che, sebbene inventata nel secolo precedente (ne diamo un esempio
col foglio del Van Somer), ebbe il massimo sviluppo in Inghilterra nella seconda
metà del secolo XVIII (Earlom, Dean). L'uso di questa tecnica continuò
fino alla metà del secolo successivo con effetti molto decorativi (Reynolds,
Deboucourt, Jazet).
L'INCISIONE MODERNA
Per quanto riguarda le arti visive l'Ottocento è il secolo dell'invenzione
della fotografia, che, introducendo uno strumento nuovo ed incomparabile di
produzione d'immagini, diede un colpo mortale alla stampa di traduzione a bulino.
Così terminò un modo plurisecolare di fare incisione.
Eppure il secolo si era aperto coll'enorme successo degli incisori a bulino,
che con grande maestria e con lungo impegno riproducevano i quadri più
apprezzati. La cosa aveva anche un risvolto economico di rilievo, per cui i
singoli stati e le singole città andavano a gara per istituire nelle
loro accademie una cattedra d'incisione.
I risultati artistici però furono discutibili ed ai fini della nostra
mostra pensiamo che sia sufficiente in proposito il materiale esposto nella
sezione dedicata al Settecento.
Abbandonata la stampa di traduzione, sopravvisse la stampa originale (che si
poteva avvalere anche di una nuova tecnica, la litografia), intendendo per originale
in senso stretto non la stampa autentica, ma quella realizzata dall'autore in
base ad un proprio disegno, concepito per l'incisione e per soli fini artistici.
E' questo il modo di fare incisione che, con alterne vicende, ancor oggi continua,
legato in mille modi col cammino spirituale e culturale dell'Occidente.
A questo si limita la nostra panoramica, a partire dai grandi artisti con cui
si apre l'Ottocento (Goya, Inges, Turner) fino ad alcuni documenti significativi
del nostro secolo.
Di fronte a queste opere, così originali nello stile e nella personalità
artistica, l'ammirazione è immediata e profonda.
Ci si può solo chiedere, vedendo come i valori contenutistici ormai siano
relegati in secondo piano e l'interesse dell'artista sembri concentrarsi escusivamente
su problemi stilistici e formali, se da qui derivi alla lunga quel senso di
crisi che poco o tanto si avverte sempre nell'arte contemporanea.
Didascalie immagini
Albrecht Dürer (Norimberga, 1471 - 1528) Il commercio d'amore. Bulino; 150x138 mm. |
Jan Dirksz Both (Utrecht, 1610 - 1652) T'gehoor (allegoria dell'udito). Acqf.; 196x171 (211x176) mm. |
Claude Mellan (Abbeville, 1598 - 1688) Ritratto del Papa Urbano VIII. Bul.; 186x140 (221x155) mm. |
Hendrick Goltzius (Venlo, 1558 - 1616) Paesaggio con un uomo e una donna che riposano sotto un grande albero. Xil.; 114x145 mm. |
Jean Honoré Fragonard (Grasse, 1732 - 1806) La presentazione di Gesù al tempio. Acqf.; 86x128 (96x139) mm. |
Angelica Kauffmann (Chur, 1740 - 1807) Nozze mistiche di S. Caterina. Acqf. e acquatinta con rifiniture al bulino; 130x175 (138x178) mm. |
Francisco Vieira I (Lisbona, 1699 - 1783) Donna con bimbo in paesaggio. Vernice molle; 140x107 (153x117) mm. |
Ferdinand Victor Eugène Delacroix (Charenton Saint Maurice, 1798 - 1863) Leonessa che lacera il petto ad un arabo. Vernice molle; 145x275 (213x282) mm. |